Vivi senza rumore – Capitolo 16

Vivi senza rumore

Capitolo 16

Oggi, ore 5,32
Ronnie sente una presenza e apre gli occhi. Di fronte un cucciolo d’uomo gli porge un sacchetto, una coperta e un sorriso.
La mente torna a quindici anni prima, al filantropo torinese. Il mondo è pieno di benefattori. Anche lui un tempo lo è stato. Forse lo siamo tutti. Ma pochi sono volenti come quel ragazzino piantato lì, tutti gli altri sono nolenti e dopo si sentono defraudati e raggirati.
Ma le leggi del prendere e dare seguono percorsi ignoti.
Torino, 1995
Decisi di regalarmi qualche piacere corporale, avevo un sacco di soldi e potevo permettermelo, ma non fu semplice. Nei negozi e nei ristoranti non mi facevano entrare. Un commerciante mi diede mille lire purché mi levassi dai piedi. Il parrucchiere mi disse, ridendo di gusto, che prima di entrare nella sua bottega dovevo lavarmi e profumarmi, indossare abiti puliti e non stracciati, perché prima di te arrivava la puzza! mi schernì.
Rimediai una camera quasi pulita in un albergo frequentato da puttane e spacciatori. Pagai la settimana in anticipo a prezzo maggiorato, perché poi devo disinfettare la stanza con il lanciafiamme!, commentò l’albergatore come se dirigesse l’Hilton e non una stamberga d’infimo ordine.
Tutti gli spiritosoni di Torino si erano messi d’accordo per rovinarmi la giornata e la vita.
Non ce la fecero.
Mi fermai un mese in quella bettola, conducendo una vita “normale”. Buttai i vestiti rotti in cui mi sentivo a mio agio e ne comprai di nuovi e scomodi. Mi lavavo regolarmente una volta la settimana, mi feci sbarbare completamente e tagliare la zazzera. Scoprii un viso dimenticato che mi piaceva poco.
La prima volta che la vidi, fu nei corridoi di quell’hotel a ore. Aveva la metà dei miei anni e un viso pulito che cozzava con la sua professione, occhi e capelli chiari e una fisionomia che faceva venire in mente la Russia o giù di lì. E gambe chilometriche. Batteva in un viottolo lì vicino. Portava i clienti di là del sottile muro che ci separava, in una camera che divideva con un’altra ragazza. Aveva lo sguardo triste e delicato. Quando stava con un uomo, nascondeva l’amarezza di subire un’ingiustizia, dietro un sorriso tirato. A me non m’ingannava. Per qualche motivo ignoto, la leggevo meglio di chiunque altro.
A volte facevo fatica a restare lì immobile ad ascoltare il baccano proveniente dalla sua stanza. Un giorno prese uno schiaffo che la scaraventò a terra. Sentii chiaramente il rumore della mano aperta sul viso e un tonfo sordo. Non ce la feci a turarmi le orecchie, uscii nel corridoio.
Andai a sbattere contro una montagna d’uomo che usciva imbestialito dalla porta della sua camera. Quasi non si accorse di me, biascicava tra sé parole in una lingua sconosciuta, inforcò le scale e scomparve. L’avevo già visto qualche volta e fui sempre indeciso se catalogarlo nella lista dei magnaccia, degli spacciatori o degli assassini di professione, forse era tutte e tre le cose.
Nessuno in quella topaia mise fuori il naso, restai un attimo sull’orlo dell’indecisione, poi spalancai la porta socchiusa. La stanza era immersa nella penombra, pesanti tende ottundevano la luce del giorno, lei era mezza nuda, accasciata e immobile in un angolo con il viso fra le mani. Non si accorse di me e la osservai per qualche minuto. Era bellissima anche così.
Stai bene? domandai. Alzò la testa di scatto con una paura animale nello sguardo, il labbro sanguinante e gli occhi gonfi di lacrime. Nell’incavo del gomito ematomi da siringa.
Aveva ventidue anni, si chiamava Irina e veniva dalla Moldavia, disse che non dovevo impicciarmi, era tutto a posto e stava bene. La aiutai ad alzarsi e una luce si accese nei suoi occhi chiari come il mare.
Iniziammo a parlare davanti a un caffè e continuammo i giorni seguenti, grazie a una rara sintonia. Raccontò di sé, di una bambina felice e della violenza negli ultimi tre anni, da quando era in Italia.
Arrivò con la promessa di un lavoro come estetista in un centro benessere, invece si ritrovò per strada a fare il mestiere più vecchio del mondo, ma non prima di essere gradualmente immersa nel mare delle droghe, fino ad arrivare all’eroina, al buco giornaliero.
Oltre al moldavo parlava russo, inglese e un italiano comprensibile, aveva letto Tolstoj e Dostoevskij e ascoltava Mozart. Non riuscivo a spiegarmi come fosse sprofondata in quelle sabbie mobili. Glielo domandai. Abbassò gli occhi dicendo che era una ragazza normale, sfortunata ma come tutte le altre. Io sapevo che non era così, lei per me era speciale. Non lo dissi, ma lei era troppo intelligente per non capirlo.
Di me raccontai qualche balla. M’inventai un lavoro nell’ambiente finanziario e che aspettavo il momento buono per tornare sulla cresta dell’onda dopo un periodo di magra. Un giorno le confidai che non ero proprio a terra, conservavo ancora un gruzzoletto da investire quando si fosse abbassato un certo titolo in Borsa. Lei sembrò non darci peso ed io andai oltre.
Qualche giorno dopo, mi disse che era giunta l’ora di smettere con quella merda di eroina. Aveva solo bisogno di un farmaco che la aiutasse, e di non lavorare in quel periodo.
Non mi chiese soldi, glieli offrii io, spontaneamente. Resistette scuotendo la testa ed io insistetti. Alla fine accettò.
Guardandomi adesso mi viene da sorridere alla cecità che ottenebra le persone innamorate, perché io a Irina volevo bene, anche se fra noi c’erano state solo parole e sorrisi.
La sera dopo bussò alla porta della mia camera con una bottiglia di Champagne, due bicchieri, la maglietta aderente e una minigonna da bloccare respiro e cuore in un colpo solo.
«Stasera niente lavoro, festeggiamo!» esclamò.
«Cosa?»
«Il giorno del non lavoro!»
Rideva felice.
Pensai che avesse bevuto o preso qualcos’altro. Ma poi divenne seria.
«Torno a casa, in Moldava, dai miei genitori.»
Rimasi pietrificato, un pezzo di cuore si ferì e sanguinò. Sapore di ferro in bocca.
«Fuggire è l’unico modo per tagliare con questa fogna infame. Capisci?»
No, non capivo, ma non dissi nulla, neanche del dolore al cuore.
Aveva già comprato il biglietto dell’aereo, partiva il giorno dopo.
Fui felice per lei, e triste per me.
Mi si mischiarono in faccia lacrime di dolore e contentezza, me le asciugò con una mano e con le labbra. Facemmo l’amore più volte. Irina quella notte non stava esercitando il mestiere, era sciolta e naturale come una ragazza qualsiasi. Fu la notte più bella della mia vita.
Il sole del mattino mi ferì gli occhi. Mi alzai a fatica dal letto, avevo un paracarro al posto della testa. Ero rincoglionito, in bilico se credere all’evidenza dei fatti. La stanza era frugata con calma e Irina non c’era.
Degli aculei mi trapanavano la nuca, solo l’acqua fresca riuscì ad acquietarli un po’ e mi accorsi della scritta sullo specchio: PERDONAMI!
Cercai la busta con i soldi nell’armadio, dove l’avevo nascosta. Non la trovai.
Mi restavano centoventimila lire nel portafoglio.
Balenò l’idea che avesse messo del sonnifero nel vino, ma non era possibile, perché Irina non era una puttana tossica, meschina e traditrice. Non volevo credere di essere stato circuito e che mi avesse fregato i soldi.
Poi ripensai alla notte appena trascorsa.
Le avevo confidato di avere otto milioni in contanti, lì nella stanza, pronti a essere investiti appena si presentasse l’occasione buona.
Ero uno sprovveduto che spiffera ogni cosa mentre sazia atavici appetiti? O un cliente che paga una notte di sesso con tutto ciò che materialmente possiede?
Forse ero solamente un benefattore e quei soldi mi erano stati donati per passarli a lei, per permetterle una vita migliore e nuova.
Irina non mi aveva derubato. A me serviva solo l’indispensabile, come ai fratelli del regno animale, che prendono l’indispensabile. Potevo vivere bene e viaggiare senza scorte che appesantiscono il passo e l’animo.
Provai rabbia per me stesso, per non averglieli dati io tutti quei soldi. Per non averle offerto una possibilità. Per averla obbligata a rubarli.
Noi non siamo le debolezze e gli sconforti che viviamo, i pensieri e le necessità che crediamo di avere, siamo qualcosa di più e qualcos’altro di meno.
Irina la ricordo dolce e triste, sensibile come un giglio che ha dovuto travestirsi da cactus per sopravvivere in un deserto arido d’amore.
Non l’ho più vista, né di qua, per strada, tantomeno di là, nei momenti in cui le visioni affollavano il mio presente. È stata una cometa che ha illuminato per un momento la mia esistenza randagia. E grazie a lei mi riappropriai della vita in cui mi sentivo davvero me stesso.
Ripresi a vagabondare, trovandomi subito a mio agio, come avessi fatto le vacanze estive dal lavoro di barbone.
A Torino non ci tornai più. Temevo il dolore del ricordo.
Luca Zini

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