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	<title>Naturalmente Puoi &#187; Luca Zini | Naturalmente Puoi</title>
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	<description>Scopri i semplici rimedi della Natura per ritrovare l’equilibrio e salvaguardare la tua salute. Puoi aumentare il tuo benessere in modo facile e sicuro con la Naturopatia, riscoprendo e attivando l’Energia Vitale presente in ognuno di noi.</description>
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		<title>Vivi senza rumore &#8211; Capitolo 23 e 24</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Oct 2015 07:02:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Zini]]></dc:creator>
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<div class="cmsms_text">
<h5 style="text-align: justify;"><strong>Oggi, ore 6,23</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;">I genitori di Giosuè guardano in ogni angolo della casa, del garage, del capanno degli attrezzi, lo chiamano, urlano il suo nome, ma solo il silenzio fa eco alla loro voce.<br />
Accendono l’auto e si avviano su per la strada. Vedono le impronte del figlio sul bordo. Le seguono, intuendo dove portano.<br />
Arrivano al Grande Albero, saltano giù dalla macchina e attraversano il campo quasi di corsa. Quando sono vicini al tronco, capiscono che sotto il pesante ramo appena caduto ci sono due persone.<br />
Il buio confonde ogni cosa. La donna sposta rami e neve con la forza di una madre disperata, il marito chiama i soccorsi con il cellulare e tocca i due corpi inerti. Le pulsazioni sono deboli ma ancora presenti.<br />
Sono rincuorati, ma i minuti che li separano dall’arrivo dell’ambulanza sono ore interminabili.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><strong>Ore 8,35</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;">I curiosi si sono sparpagliati come polline in una giornata di vento, sono tornati alla loro normale attività. I genitori di Giosuè hanno seguito l’ambulanza che ha trasportato il figlio in ospedale, con una contusione al braccio destro e una bozza sulla fronte. In pratica un miracolo, hanno detto i soccorritori.<br />
Sotto il Grande Albero è tornato il silenzio.<br />
Il clochard invece è subito apparso più grave. Non era tanto la spalla lussata a preoccupare, ma un brutto trauma cranico. È in coma e gli stanno facendo una TAC.<br />
Ronnie vede i medici che consultano sul monitor le scansioni del suo cervello: una macchia conferma l’emorragia. Osserva il suo corpo sul lettino, immobile come un sacchetto di sabbia.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><strong>Ore 18,35</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Ronnie è incosciente in un letto della terapia intensiva. L’operazione neurochirurgica è andata bene, è in coma farmacologico e il pronostico medico è favorevole.<br />
Bisogna solo aspettare che si risvegli, disse il primario a Giosuè che guardava, separato da un vetro, quell’uomo steso sul lettino del reparto.</h5>
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<div class="cmsms_text">
<h5><strong>Nel mondo di mezzo</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Domande che bussano alla coscienza.<br />
Un’esistenza giocata a dadi con il creato ha uno scopo? Segue un disegno? La brezza che sposta un filo d’erba e provoca un pensiero oggi, potrà domani abbattere le montagne di un’ostilità tenace?<br />
C’è una parte di noi che conosce tutto? Presente, passato e futuro? E ci spinge a vedere quello che già sa?<br />
Molte domande sono rimaste senza risposta.<br />
Ho camminato senza fretta verso il bordo della circonferenza della mia vita, senza calpestare il raggio, senza ricercare la strada più breve. La via retta, io, l’ho sempre evitata. Il mio andare è sempre stato arzigogolato, senza spigoli o scatti, sinuoso e complicato e ho toccato più punti possibili nel cerchio dell’umana esperienza.<br />
Ero curioso di vedere chi in ultimo avrei incontrato, chi era il sapiente cui potevo chiedere e forse dare qualcosa.<br />
Non mi stupii quando vidi che si trattava di un bambino.</h5>
<p>&nbsp;</p>
<h5 style="text-align: center;"><strong>FINE</strong></h5>
<h5></h5>
<h5><em>Luca Zini</em></h5>
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		<title>Vivi senza rumore &#8211; Capitolo 21 e 22</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Oct 2015 06:52:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Zini]]></dc:creator>
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<div class="cmsms_text">
<h5><strong>Milano, 2005</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a name="__DdeLink__0_524628718"></a>Quel ragazzo dagli occhi vispi, con cui parlai la notte dell’evento promosso dalle onlus, si chiamava Gianni ed era un giornalista. Mi fece un’intervista a mia insaputa e ringrazio il cielo di non avergli raccontato la vita segreta di zio Ermete, ma solo qualcosa di me.<br />
Lui capì che sapevo qualcosa sul sindaco, qualcosa che poteva fare notizia con storie nascoste di famiglia, ma non spinse troppo e si concentrò su di me.<br />
Scopersi la sua professione, un paio di mesi più tardi, quando un giornalaio che conoscevo mi fermò per regalarmi Panorama appena uscito.<br />
Allungò il giornale dicendomi che dentro c’era un articolo che mi riguardava, non solo sui clochard, ma proprio su di te, su Ronnie Consiglio, disse.<br />
Cercai una panchina e lo sfogliai fino a pagina ventuno, dove c’era un pezzo sul mondo dei senzatetto e sulle iniziative delle associazioni di beneficienza. Era firmato dal reporter Gianni Seriani. A parte, ma all’interno del servizio, il mio nome era a titolo di una colonna fitta di parole.</h5>
</div>
</div>
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<div class="cmsms_text">
<h4 style="text-align: justify;"><strong>RONNIE CONSIGLIO</strong></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Il mondo dei clochard è un universo sotterraneo, popolato da personaggi mistici e misteriosi. A volte questi uomini e donne hanno una saggezza e una filosofia di vita invidiabile e qualcuno di loro custodisce segreti importanti che mai rivelerebbero.<br />
Vivono con poco, di qualche espediente, e anche se non conoscono il loro domani, questi “saggi” hanno un’etica e una correttezza che mi augurerei fosse più presente nel nostro mondo di superficie.<br />
Ho conosciuto uno di questi uomini una notte di due mesi fa. Si fa chiamare RONNIE CONSIGLIO ed è custode di avventure incredibili e di una sapienza che non si può imparare da un libro…</h4>
</div>
</div>
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<div class="cmsms_text">
<h5><strong>Milano, novembre 2009</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Questo pensiero ha iniziato piano, da quando sono scivolato e ho preso una brutta botta all’anca sinistra. Faceva ancora caldo e volevano portarmi in Pronto Soccorso. Dissi no, non è nulla. Mi rifugiai in uno dei miei posti e rimasi rintanato per molti giorni.<br />
La gamba faceva male e camminavo a fatica. Forse si era rotto davvero qualcosa. Ormai non serviva l’ospedale, se c’era stata una frattura, adesso era saldata.<br />
In quei giorni di solitudine, tirai le somme degli ultimi dieci anni, e potevo dire di avere la residenza a Milano.<br />
Era tempo di levare le tende.<br />
Una parte di me prese la decisione durante quella convalescenza, ma non me ne resi conto subito, fu una cosa sottile, che emerse lentamente in superficie, spinta da una corrente profonda e nascosta.<br />
Un giorno sentii che era arrivato il momento.<br />
Salutai gli amici, regalai quello che non potevo portare appresso e una mattina di fine novembre partii, a piedi e senza una meta.<br />
Facevo attenzione ai segnali della natura, agli animali, alle mie sensazioni, a chi incontravo.<br />
Sentivo di avere un appuntamento. Ed ero felice che qualcuno stesse aspettando proprio me.<br />
Pensai anche di essere veramente pazzo, ma poi qualcosa mi catturava e mi faceva mettere un piede davanti all’altro.<br />
A fare un altro passo.<br />
Ancora uno.<br />
Ancora…<br />
Fino alla meta.</h5>
<h5><em>Luca Zini</em></h5>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>

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		<title>Vivi senza rumore &#8211; Capitolo 20</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Oct 2015 09:59:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Zini]]></dc:creator>
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<div class="cmsms_text">
<h5><strong>Roma, 1996</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Stavo nella capitale da una settimana. Non era una città che amavo particolarmente, ma ogni tanto ci passavo e mi fermavo una decina di giorni.<br />
Quel giorno era caotica e calda come un forno, così decisi di cercare un po’ di refrigerio sui colli di Roma.<br />
M’incamminai di notte, per il fresco e la calma, tenevo un buon passo e mi sentivo in forze. Attraversai quartieri spogli di presenze, ogni tanto passava veloce qualche auto o una moto.<br />
Entrai in un rione signorile e pulitissimo. Le macchine, diligentemente parcheggiate ai bordi delle vie, facevano da contorno a piccoli palazzi e villette nascoste da giardini lussureggianti come oasi. Era zona sconosciuta per me, alle tre del mattino per quelle strade non c’era un’anima.<br />
Dall’Alfa Romeo scura, posteggiata dall’altra parte, scese un marcantonio in giacca e cravatta. Si accese una sigaretta, tirò qualche boccata avida e la buttò per terra quasi intera. Guardò intorno svogliatamente e suonò il campanello di uno stabile di acciaio e vetro.<br />
Mi bloccai d’istinto, senza una ragione precisa, e rimasi nascosto nell’ombra di un portone.<br />
Dopo qualche minuto, dal portoncino dove aveva suonato il tipo, uscì un uomo tozzo con la testa grossa e sproporzionata rispetto al corpo, i capelli scuri, una camicia bianca e un completo chiaro.<br />
Era tanto che non lo vedevo, ma lo riconobbi subito, anche se ero a venti metri e la luce era poca. Dimostrava meno dei suoi sessantatré anni, ma si era appesantito molto, le braccia e le gambe sembravano corte, sproporzionate, quasi inutili.<br />
Zio Ermete, piuttosto basso, era ulteriormente accorciato da quella nuova struttura. Stava a fine legislatura, durante la settimana viveva nella capitale, sabato e domenica tornava a casa, in famiglia.<br />
Pensai che abitasse in quella palazzina e vederlo mi fece meno effetto di quello che credevo. In passato non era stato molto gentile, ma il tempo lava l’ardore della gioventù e sentii una sorta d’indifferenza nei suoi confronti.<br />
L’autista gli aprì la portiera dell’auto, ma il senatore Rognini non riuscì a salirci, dalla porta dello stabile sbucò una ragazzina pallida e scalza, vestita di una tuta slabbrata. Le si gettò al collo, stringendolo forte. Era magra e più alta di lui, sembrava una liceale anoressica. Era troppo giovane per essere la figlia e non mi risultava avesse nipoti.<br />
Sentii ridere e un po’ di trambusto. La guardia del corpo si guardò intorno per controllare che non ci fosse nessuno e li spinse all’interno dell’auto.<br />
Mi passarono diverse cose nella testa. Sembrava impossibile che zio Ermete potesse avere una doppia vita. L’integrità e la chiarezza delineavano la sua figura politica, e grazie a queste qualità, era un’ancora di riferimento per molti.<br />
La curiosità mi spinse ad avvicinarmi. Volevo vedere cosa facessero dietro i vetri scuri dell’auto.<br />
Coperto dalle macchine parcheggiate, arrivai a pochi metri, ma feci un rumore che richiamò l’autista. Fu molto veloce, mi ritrovai a terra, immobilizzato e con una pistola puntata contro.<br />
Zio Ermete aprì lo sportello e guardò la mia faccia premuta contro l’asfalto, mentre sentivo le manette scattare ai polsi.<br />
«Stia dentro signore! Avviso la centrale che mandi una pattuglia» disse l’autista.<br />
Scosse la testa senza levarmi gli occhi di dosso, sorrise e uscì.<br />
«Lasci stare Franco, faccio io qui» disse alla guardia del corpo.<br />
La ragazzina sgattaiolò fuori, prese un bacio sulla fronte dallo zio e corse su in casa senza dire una parola.<br />
Ero frastornato, per l’atterramento, la sorpresa e la tranquillità di zio Ermete.<br />
«Sei Terenzio, vero?» chiese.<br />
Feci sì con quel poco che la testa mi consentiva.<br />
«Lascialo e levagli le manette» ordinò.<br />
«Ma signore…»<br />
«Tranquillo, è mio nipote. Fa come ti ho detto, per favore.»<br />
Non sapevo cosa dire e come comportarmi. Lo zio scuoteva appena la testa, come fosse mossa da una brezza. Teneva le mani nelle tasche dei pantaloni e si capiva che dentro gli vorticano pensieri.<br />
«Vieni, facciamo due passi, vuoi?» mi domandò.<br />
S’incamminò, fece un segnale all’autista, che ci seguì a distanza, e diede un’occhiata alla finestra della palazzina. Guardai anch’io. La ragazzina ci guardava da una finestra del primo piano, scostando appena una tenda. Piangeva.<br />
Mi prese sottobraccio mio zio, come fossimo vecchi amici, come se non fossero passati più di vent’anni dall’ultima volta che ci parlammo.<br />
Ero confuso e curioso, mi feci portare come un pezzo di sughero dalla corrente.<br />
Parlò un quarto d’ora zio Ermete, di continuo, senza mai guardarmi, fissando un punto invisibile davanti, a voce bassa come parlasse a se stesso.<br />
Vent’anni prima fu investito, un motorino gli spaccò tibia e perone. Dopo l’operazione, fu trasferito in un reparto riabilitativo, per riuscire a recuperare e camminare come prima.<br />
E in quel reparto s’innamorò come un ragazzo di una fisioterapista, anche se voleva bene a sua moglie e adorava la loro figlia. Dentro se stesso il cuore lottava contro i principi che l’avevano sempre ispirato: la famiglia, la fedeltà, la sincerità. Provò a resistere, ma vinse la passione del cuore.<br />
Luisa era una calamita, sembravano conoscersi da sempre. Lei aveva trent’anni e una figlia quasi adolescente che tirò su da sola, frutto di una vita dimenticata. Viveva per quella ragazzina e il suo lavoro, fino che non conobbe Ermete.<br />
Qualche tempo dopo Luisa rimase incinta e lo zio non poteva più far finta di niente, tanto più che zia Lara, accortasi di quella relazione, gli impose un ultimatum.<br />
Così zio Ermete decise di cominciare una nuova vita con Luisa, che era all’ottavo mese di gravidanza, gettando al vento la carriera politica. Ma il giorno prima di uscire da casa, Luisa entrò in ospedale per dei dolori addominali. Ci furono delle complicanze. Cercarono di salvare entrambe, ma Giulia nacque orfana di madre.<br />
Così lo zio rimase con la moglie, che lo sostenne sempre, e poi si accollò ogni onere di quella figlia e della sorella maggiore, ma rimase tutto segreto e la sua irreprensibile vita politica continuò per inerzia.<br />
Ma da allora mio zio non fu più lo stesso. Il destino l’aveva reso più fragile e umano, aveva disarticolato la sua inflessibilità e deciso la direzione della sua vita.<br />
«Fu il destino a decidere per me e non io. Forse è già scritto tutto sin dall’inizio e noi siamo attori che credono di poter scegliere» concluse il suo racconto.<br />
Mi si chiarì tutto e provai tenerezza per quell’uomo che un tempo odiai con forza.<br />
«Se i mass media vengono a sapere di Giulia, sarò costretto a rassegnare immediatamente le dimissioni. Adesso sai della mia vita e fai quello che ritieni opportuno. Fra noi in passato sono volate parole pesanti e forse ingiuste e se rendi pubblica questa storia io sarò politicamente rovinato, ma forse più libero… in fondo non mi dispiacerebbe, forse è ora che lasci il posto a qualcun altro, forse è tempo di riposarsi.»<br />
Mi strinse la mano, dandomi una pacca sulla spalla, mi augurò ogni bene, si girò e tornò indietro, curvo e con la testa bassa e con quelle mani affondate nelle tasche.<br />
Rimasi fermo come un palo piantato nel marciapiede. Non ero riuscito a dire neanche una parola, un groppo in gola rischiava di soffocarmi.</h5>
<h5><em>Luca Zini</em></h5>
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		<title>Vivi senza rumore &#8211; Capitolo 18</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Sep 2015 19:05:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Zini]]></dc:creator>
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<div class="cmsms_text">
<h5><strong>Oggi, ore 6,05</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;"><em>«Tu non hai una casa? E neanche un lavoro, vero?» chiede Giosuè.</em><br />
<em>Ronnie accende una sigaretta e si accarezza la lunga barba.</em><br />
<em>«Sono un pellegrino, itinerante come le rondini. Non possiedo nulla… neanche catene al collo. Sono uno di quei fannulloni ripudiati dalla famiglia, che ha macinato chilometri ed è popolare e benvoluto dalla gente. Vedi, non essendo legato a nulla e nessuno, sono diventato una specie di proprietà pubblica e ho tempo per tutti. Racconto novelle reali e fatti inventati per aiutare le persone a vedere le cose in modo diverso. Creo equilibrio e armonia dentro di me, poi le butto nel cuore delle persone. Rincorro la saggezza sapendo che non la raggiungerò mai.»</em><br />
<em>Il bambino non capisce bene il significato di quelle parole, ma ne assimila il senso profondo.</em><br />
<em>A lui quel signore sembra uno dei Magi e non un uomo senza una casa.</em></h5>
<h5><strong>Milano, 2000</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;">La mia seconda vita iniziò così: senza ricerca. Piovve dal cielo, come manna o una disgrazia necessaria, ed io accettai un volere più alto e meno comprensibile del mio.<br />
Mi ero fermato a Milano e grazie alla “pubblicità” di Walter, il senso della mia esistenza cambiò.<br />
Durante una lezione in Università, disse che ascoltare le vicissitudini di chi la vita l’ha passata per strada, può essere illuminante per chi invece ha solo tante parole stipate nella testa, e raccontò della piacevole serata passata insieme.<br />
L’inizio fu timido, venne qualche studente a conoscermi più per curiosità che altro, poi qualcuno iniziò a domandarmi cosa pensassi di questo o quello, qualcun altro chiedeva consigli pratici, di vita, che in verità io mai pensai di poter dare.<br />
E invece sempre più spesso mi ritrovavo a parlare di cose che non sapevo di sapere, come se non fossi io a dire, come se dentro avessi qualcuno molto saggio che suggeriva. Dopo non ricordavo tutto quello che avevo detto, ma restava una sensazione piacevole e stranamente famigliare.<br />
In quelle occasioni, io stavo in disparte da me, un po’ come Chiodo quando armonizzava il mondo suonando. Se riuscivo nell’esercizio di assenza, le parole sgorgavano dalla bocca come acqua di fonte che inzuppa una terra arida, risvegliando semi assopiti.<br />
Parole-primavera, pensai.<br />
E così prese corpo la leggenda di un tizio che aveva raggiunto l’illuminazione non in un monastero, ma per strada, questuando quel poco che gli occorreva per vivere, e Ronnie Consiglio divenne quasi famoso.<br />
Non sempre riuscivo a produrmi quello stato particolare, ma potevo favorirlo dormendo qualche ora a fila, bevendo poco vino e mangiando quel tanto da non avere fame.<br />
Imparai a ricercare ogni giorno quel modo d’essere in me, quell’assenza dalla mia persona che era una presenza, fino a ottenerla a comando, all’occorrenza.<br />
La vita prese una direzione inaspettata.<br />
Non compresi subito il significato e la meta di questo sentiero, ma se riuscivo ad aiutare qualcuno, mi sentivo bene, come quando si fa un lavoro giusto, uno di quelli con la ricompensa incorporata.<br />
L’intuito si affilò, era un rasoio che tagliava l’eccedenza, andava al nocciolo di un problema e toccava il cuore della gente.<br />
Non chiedevo niente in cambio. Qualcuno lasciava del cibo o qualche soldo, altri nulla, io non me ne curai mai, e quello che racimolavo lo condividevo con amici e compagni.<br />
Il mio compenso era quella possibilità di farmi “affittare”.</h5>
<h5><em>Luca Zini</em></h5>
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		<title>Vivi senza rumore &#8211; Capitolo 17</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Sep 2015 16:57:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Zini]]></dc:creator>
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<h5><strong>Oggi, ore 6,00</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;"><em>Giosuè vive la sua prima grande avventura mangiando una brioche con un uomo che potrebbe essere suo nonno. Parlano da mezz’ora sotto il Grande Albero. La voce di Ronnie è calma e profonda. Al ragazzino sembra musica, un’armonia che muove onde concentriche.</em><br />
<em>È un sasso gettato in un laghetto ancora limpido.</em><br />
<em>Giosuè intuisce un mondo diverso dietro quell’aspetto fisico, senza sapere che quell’incontro lo aspettava come un traguardo.</em></h5>
<h5><strong>Milano 1999</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Era un gruppo disomogeneo di ragazzi. Si avvicinò in un pomeriggio piovoso di marzo. Scherzavano, spintonandosi, risate nell’aria. Emanavano allegria e giovinezza.<br />
Stavo con Pietro, qualche anno più di me e una disgrazia dietro l’altra, dalla perdita del lavoro a quella della moglie, che gli spirò fra le braccia una sera appena prima di cena. Emorragia cerebrale dissero, non si poteva prevedere, aveva un timer nel cervello! Quando non riuscì più a pagare il mutuo della casa, si trovò prima a vivere in auto, poi per strada. Da sei anni.<br />
Era un buon diavolo, non proprio divertente ma una compagnia con cui condividere qualche ora di vita. Stavamo in una piccola galleria che faceva da ingresso a un paio di condomini, dalle parti di Porta Romana, si parlava di gente e posti, e sogni. Dividevamo ciò che avevamo racimolato, un po’ di pane, un cartoccio di prosciutto cotto, una bottiglia di vino e l’esperienza dei nostri passi.<br />
Nella galleria entrarono due ragazze, in mano dei volantini e la faccia pulita di chi ha avuto pochi inciampi nella vita. Gli altri aspettarono fuori facendo una caciara che metteva il buonumore.<br />
Salutarono dandoci del lei, come fossimo degni di rispetto, come ci si rivolge a qualcuno che ancora non conosci e non a due barboni. Sorrisi al pensiero che la gentilezza albergasse ancora in qualche giovane cuore. Ci allungarono un foglio a testa. Erano volontarie e quella sera avrebbero dispensato pasti caldi. Ci sarebbe stata una branda in una grossa tenda riscaldata, per chi avesse voluto avere un tetto di plastica sulla testa.<br />
Dissero che saremmo stati i benvenuti, salutarono e ringraziarono.<br />
Ripensai a quel ringraziamento anche più avanti, senza comprenderlo mai completamente, ma mi fece bene sentirlo. E per questo ci andai quella sera, nella bellissima piazza Duomo di Milano.<br />
Avevo già sentito e letto di quegli eventi. Delle persone di buona volontà si ricordavano, con una specie di festa, di noi viandanti. E restavano lì tutta la notte a dormire e giocare a carte con noi, o meglio con chi di noi restava.<br />
Alle sette c’era già buio e aveva smesso da poco di piovere. Pietro era tornato a casa, in Stazione Centrale, nel suo “ritaglio”, come lo chiamava lui, ed io arrivai in piazza. Due grosse tende militari stavano da una parte, in una iniziavano a servire piatti caldi. Non c’era molta gente, una delle due ragazze del pomeriggio armeggiava con un mestolo.<br />
Di colleghi ne vedevo pochi, sembrava più una festa per giovani volontari. Mi avvicinai.<br />
Seduto sul marciapiede, c’era un uomo con una lunga barba bianca da farmi invidia. Fumava un sigaro, le gambe allungate davanti, con una caviglia sopra l’altra e l’espressione di chi si gode il momento. Non era dei nostri, non l’avevo mai visto, ma in qualche modo era famigliare, risuonava.<br />
Passai vicino, si accorse dei miei sguardi e forse dei miei pensieri. Sorrise senza dire nulla, fece pat pat con il palmo della mano sul cemento in fianco a lui. Con l’altra mano estrasse un sigaro dalla tasca interna.<br />
Walter aveva lo spirito di un ragazzino che deve ancora capire molte cose, tre lauree e una cattedra di filosofia all’Università, ma questo venni a saperlo solo dopo, parlando con quei ragazzi che lo idolatravano. Aveva una moglie e due figli, un sacco di studenti che cercava di rendere migliori e un grosso impegno nel sociale. Era lui che organizzava quelli e altri eventi di sostegno.<br />
Parlai di me, quella notte, e lui mi ascoltò volentieri. Sembrava stesse imparando qualcosa sfuggitogli dai libri.<br />
Prima di addormentarsi, coricato nella branda vicino alla mia, in mezzo a noi viaggiatori di mondo e ai suoi ragazzi, mi disse che avrei potuto scrivere un libro con tutta quell’esperienza diversa dall’ordinario. Ero un manuale pieno di consigli saggi, perché provenienti dalla vita.<br />
Poi mi girò le spalle e augurò buonanotte con quel nome che porto tuttora: Ronnie Consiglio.<br />
Due minuti dopo russava.</h5>
<h5><em>Luca Zini</em></h5>
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		<title>Vivi senza rumore &#8211; Capitolo 16</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2015 07:20:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Zini]]></dc:creator>
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<h5><strong>Oggi, ore 5,32</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;"><em>Ronnie sente una presenza e apre gli occhi. Di fronte un cucciolo d’uomo gli porge un sacchetto, una coperta e un sorriso.</em><br />
<em>La mente torna a quindici anni prima, al filantropo torinese. Il mondo è pieno di benefattori. Anche lui un tempo lo è stato. Forse lo siamo tutti. Ma pochi sono volenti come quel ragazzino piantato lì, tutti gli altri sono nolenti e dopo si sentono defraudati e raggirati.</em><br />
<em>Ma le leggi del prendere e dare seguono percorsi ignoti.</em></h5>
<h5><strong>Torino, 1995</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Decisi di regalarmi qualche piacere corporale, avevo un sacco di soldi e potevo permettermelo, ma non fu semplice. Nei negozi e nei ristoranti non mi facevano entrare. Un commerciante mi diede mille lire purché mi levassi dai piedi. Il parrucchiere mi disse, ridendo di gusto, che prima di entrare nella sua bottega dovevo lavarmi e profumarmi, indossare abiti puliti e non stracciati, perché prima di te arrivava la puzza! mi schernì.<br />
Rimediai una camera quasi pulita in un albergo frequentato da puttane e spacciatori. Pagai la settimana in anticipo a prezzo maggiorato, perché poi devo disinfettare la stanza con il lanciafiamme!, commentò l’albergatore come se dirigesse l’Hilton e non una stamberga d’infimo ordine.<br />
Tutti gli spiritosoni di Torino si erano messi d’accordo per rovinarmi la giornata e la vita.<br />
Non ce la fecero.<br />
Mi fermai un mese in quella bettola, conducendo una vita “normale”. Buttai i vestiti rotti in cui mi sentivo a mio agio e ne comprai di nuovi e scomodi. Mi lavavo regolarmente una volta la settimana, mi feci sbarbare completamente e tagliare la zazzera. Scoprii un viso dimenticato che mi piaceva poco.<br />
La prima volta che la vidi, fu nei corridoi di quell’hotel a ore. Aveva la metà dei miei anni e un viso pulito che cozzava con la sua professione, occhi e capelli chiari e una fisionomia che faceva venire in mente la Russia o giù di lì. E gambe chilometriche. Batteva in un viottolo lì vicino. Portava i clienti di là del sottile muro che ci separava, in una camera che divideva con un’altra ragazza. Aveva lo sguardo triste e delicato. Quando stava con un uomo, nascondeva l’amarezza di subire un’ingiustizia, dietro un sorriso tirato. A me non m’ingannava. Per qualche motivo ignoto, la leggevo meglio di chiunque altro.<br />
A volte facevo fatica a restare lì immobile ad ascoltare il baccano proveniente dalla sua stanza. Un giorno prese uno schiaffo che la scaraventò a terra. Sentii chiaramente il rumore della mano aperta sul viso e un tonfo sordo. Non ce la feci a turarmi le orecchie, uscii nel corridoio.<br />
Andai a sbattere contro una montagna d’uomo che usciva imbestialito dalla porta della sua camera. Quasi non si accorse di me, biascicava tra sé parole in una lingua sconosciuta, inforcò le scale e scomparve. L’avevo già visto qualche volta e fui sempre indeciso se catalogarlo nella lista dei magnaccia, degli spacciatori o degli assassini di professione, forse era tutte e tre le cose.<br />
Nessuno in quella topaia mise fuori il naso, restai un attimo sull’orlo dell’indecisione, poi spalancai la porta socchiusa. La stanza era immersa nella penombra, pesanti tende ottundevano la luce del giorno, lei era mezza nuda, accasciata e immobile in un angolo con il viso fra le mani. Non si accorse di me e la osservai per qualche minuto. Era bellissima anche così.<br />
Stai bene? domandai. Alzò la testa di scatto con una paura animale nello sguardo, il labbro sanguinante e gli occhi gonfi di lacrime. Nell’incavo del gomito ematomi da siringa.<br />
Aveva ventidue anni, si chiamava Irina e veniva dalla Moldavia, disse che non dovevo impicciarmi, era tutto a posto e stava bene. La aiutai ad alzarsi e una luce si accese nei suoi occhi chiari come il mare.<br />
Iniziammo a parlare davanti a un caffè e continuammo i giorni seguenti, grazie a una rara sintonia. Raccontò di sé, di una bambina felice e della violenza negli ultimi tre anni, da quando era in Italia.<br />
Arrivò con la promessa di un lavoro come estetista in un centro benessere, invece si ritrovò per strada a fare il mestiere più vecchio del mondo, ma non prima di essere gradualmente immersa nel mare delle droghe, fino ad arrivare all’eroina, al buco giornaliero.<br />
Oltre al moldavo parlava russo, inglese e un italiano comprensibile, aveva letto Tolstoj e Dostoevskij e ascoltava Mozart. Non riuscivo a spiegarmi come fosse sprofondata in quelle sabbie mobili. Glielo domandai. Abbassò gli occhi dicendo che era una ragazza normale, sfortunata ma come tutte le altre. Io sapevo che non era così, lei per me era speciale. Non lo dissi, ma lei era troppo intelligente per non capirlo.<br />
Di me raccontai qualche balla. M’inventai un lavoro nell’ambiente finanziario e che aspettavo il momento buono per tornare sulla cresta dell’onda dopo un periodo di magra. Un giorno le confidai che non ero proprio a terra, conservavo ancora un gruzzoletto da investire quando si fosse abbassato un certo titolo in Borsa. Lei sembrò non darci peso ed io andai oltre.<br />
Qualche giorno dopo, mi disse che era giunta l’ora di smettere con quella merda di eroina. Aveva solo bisogno di un farmaco che la aiutasse, e di non lavorare in quel periodo.<br />
Non mi chiese soldi, glieli offrii io, spontaneamente. Resistette scuotendo la testa ed io insistetti. Alla fine accettò.<br />
Guardandomi adesso mi viene da sorridere alla cecità che ottenebra le persone innamorate, perché io a Irina volevo bene, anche se fra noi c’erano state solo parole e sorrisi.<br />
La sera dopo bussò alla porta della mia camera con una bottiglia di Champagne, due bicchieri, la maglietta aderente e una minigonna da bloccare respiro e cuore in un colpo solo.<br />
«Stasera niente lavoro, festeggiamo!» esclamò.<br />
«Cosa?»<br />
«Il giorno del non lavoro!»<br />
Rideva felice.<br />
Pensai che avesse bevuto o preso qualcos’altro. Ma poi divenne seria.<br />
«Torno a casa, in Moldava, dai miei genitori.»<br />
Rimasi pietrificato, un pezzo di cuore si ferì e sanguinò. Sapore di ferro in bocca.<br />
«Fuggire è l’unico modo per tagliare con questa fogna infame. Capisci?»<br />
No, non capivo, ma non dissi nulla, neanche del dolore al cuore.<br />
Aveva già comprato il biglietto dell’aereo, partiva il giorno dopo.<br />
Fui felice per lei, e triste per me.<br />
Mi si mischiarono in faccia lacrime di dolore e contentezza, me le asciugò con una mano e con le labbra. Facemmo l’amore più volte. Irina quella notte non stava esercitando il mestiere, era sciolta e naturale come una ragazza qualsiasi. Fu la notte più bella della mia vita.<br />
Il sole del mattino mi ferì gli occhi. Mi alzai a fatica dal letto, avevo un paracarro al posto della testa. Ero rincoglionito, in bilico se credere all’evidenza dei fatti. La stanza era frugata con calma e Irina non c’era.<br />
Degli aculei mi trapanavano la nuca, solo l’acqua fresca riuscì ad acquietarli un po’ e mi accorsi della scritta sullo specchio: PERDONAMI!<br />
Cercai la busta con i soldi nell’armadio, dove l’avevo nascosta. Non la trovai.<br />
Mi restavano centoventimila lire nel portafoglio.<br />
Balenò l’idea che avesse messo del sonnifero nel vino, ma non era possibile, perché Irina non era una puttana tossica, meschina e traditrice. Non volevo credere di essere stato circuito e che mi avesse fregato i soldi.<br />
Poi ripensai alla notte appena trascorsa.<br />
Le avevo confidato di avere otto milioni in contanti, lì nella stanza, pronti a essere investiti appena si presentasse l’occasione buona.<br />
Ero uno sprovveduto che spiffera ogni cosa mentre sazia atavici appetiti? O un cliente che paga una notte di sesso con tutto ciò che materialmente possiede?<br />
Forse ero solamente un benefattore e quei soldi mi erano stati donati per passarli a lei, per permetterle una vita migliore e nuova.<br />
Irina non mi aveva derubato. A me serviva solo l’indispensabile, come ai fratelli del regno animale, che prendono l’indispensabile. Potevo vivere bene e viaggiare senza scorte che appesantiscono il passo e l’animo.<br />
Provai rabbia per me stesso, per non averglieli dati io tutti quei soldi. Per non averle offerto una possibilità. Per averla obbligata a rubarli.<br />
Noi non siamo le debolezze e gli sconforti che viviamo, i pensieri e le necessità che crediamo di avere, siamo qualcosa di più e qualcos’altro di meno.<br />
Irina la ricordo dolce e triste, sensibile come un giglio che ha dovuto travestirsi da cactus per sopravvivere in un deserto arido d’amore.<br />
Non l’ho più vista, né di qua, per strada, tantomeno di là, nei momenti in cui le visioni affollavano il mio presente. È stata una cometa che ha illuminato per un momento la mia esistenza randagia. E grazie a lei mi riappropriai della vita in cui mi sentivo davvero me stesso.<br />
Ripresi a vagabondare, trovandomi subito a mio agio, come avessi fatto le vacanze estive dal lavoro di barbone.<br />
A Torino non ci tornai più. Temevo il dolore del ricordo.</h5>
<h5><em>Luca Zini</em></h5>
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		<title>Vivi senza rumore &#8211; Capitolo 15</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Sep 2015 12:21:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Zini]]></dc:creator>
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<div class="cmsms_text">
<h5><strong>Oggi, ore 5,30</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;"><em>Ha smesso di nevicare e luce della luna sgomita fra due nubi, il candore la riflette amplificata.</em><br />
<em>Giosuè, fermo in mezzo alla strada, si gira e guarda le sue orme nette e decise, non hanno l’esperienza di una bella decorazione. In lontananza vede l’ippocastano.</em><br />
<em>Il freddo gli punge il viso, il fiato si organizza in nuvolette, ma le mani, dentro i guanti, sono sudaticce di tensione. Esita un attimo, poi continua a disegnare un’impronta dietro l’altra.</em><br />
<em>Arriva al bordo della strada, poco lontano c’è l’immenso albero. Il silenzio è assoluto. Affila lo sguardo e vede qualcosa appoggiato al tronco.</em><br />
<em>Il campo è bianco, uniforme, e lui cammina su un lenzuolo fresco di bucato tirato sulla terra. Mentre si avvicina al Grande Albero, prende forma la sagoma di un uomo. È appoggiato alla corteccia. Giosuè si ferma a qualche passo da lui. L’uomo non si muove, forse non l’ha sentito.</em><br />
<em>Il bambino ha sopra la testa un gigantesco ombrello di legno, in mano cibo e nel cuore un gesto d’aiuto.</em></h5>
<h5><strong>Torino, 1995</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Credevo fosse una delle tante leggende che popolano le speranze di chi non possiede niente, una specie di chimera, come il tredici al totocalcio.<br />
Nessuno l’ha mai visto e sa chi sia, ma da molti anni un figuro misterioso gira di notte il mondo dei clochard torinesi. È un mito tramandato da qualche generazione di viaggiatori, storie raccontate intorno a fuochi d’inverno, fra boccate di vino e di fumo. Si narra che il Babbo Natale dei barboni, quando non è impegnato con i suoi doveri istituzionali, elargisca alla Torino dimenticata vere banconote in raffinate buste anonime, senza mai farsi cogliere sul fatto, come solo un autentico mago sa fare. C’è chi sostiene che è il diavolo in persona che regala soldi in cambio dell’anima, e pare gli vada bene anche l’anima sdrucita di un viandante nullatenente. Vecchie storie ruminate in bocca a gente affamata.<br />
Così, come si fantastica sulla vincita al totocalcio, noi pellegrini, a parole stravolgevamo le nostre vite. C’era chi con quei soldi voleva comprarsi un lavoro o una moglie come fossero sigarette, chi avrebbe donato metà tesoro ai frati, che ci aiutano bene e volentieri. Altri avrebbero fatto il bagno in una botte di vino e bevuto fino a vederne il fondo, e poi assoldare un killer per uccidere il bastardo di turno o pagare uno stormo di donne, e ancora istituire la mutua dei barboni con tanto di casa di cura…<br />
Io non mi sono mai pronunciato e ridevo della loro innocenza. Non avevo mai conosciuto il vincitore della lotteria dei barboni.<br />
Ero sicuro fossero storie per tirare avanti ancora un po’, andare con la fantasia e sognare di giorno è positivo, aumenta la fiducia in un mondo magnanimo, mi dicevo.<br />
Ma dovetti ricredermi, Babbo Natale esisteva e aveva infilato il primo premio in quella busta. Avevo vinto senza comprare il biglietto e per un motivo misterioso.<br />
Per contare tutti quei quattrini mi rifugiai in un anfratto. Erano banconote nuove, come se la zecca le avesse partorite in quel preciso istante. Frusciavano come foglie al vento, mi scivolavano dalle dita impacciate da movimenti sconosciuti.<br />
Erano cento fogli da cento, dieci milioni di lire!<br />
Non avevo mai visto tanto denaro in vita mia. Mi girava la testa. Li contai ancora quattro volte, poi infilai un centone in tasca e il resto lo rimisi nella busta, che inserii davanti, fra la pelle e quelle che un tempo erano mutande, sotto tre strati di vestiti. Il nostro è un mondo che riunisce santi e infami sotto la stessa coperta di stelle, se i compagni della sera prima avessero saputo di tutti quei soldi, mi avrebbero tagliato la gola senza pensieri e rimorsi.<br />
Quel giorno mi comportai come sempre, ma la testa frullava di pensieri. Cercai di riordinarli e classificarli per tipo, ma sorgevano domande che ingarbugliavano di nuove paure la matassa di un futuro impensabile fino a quel momento.<br />
Dove posso metterli? Se vengono a sapere che ho tutti questi soldi, cercheranno di prendermeli, o penseranno che li abbia rubati.<br />
Cosa ne faccio? Devo nasconderli. Dove? Di sicuro non in banca! Affitto una camera in albergo? Compro dei vestiti eleganti? Mi lavo e rado la barba? E poi? Cerco un lavoro e una donna che riesca a sopportare un ex clochard convinto, che a poco più di quarant’anni perde i denti come fossero da latte? Mi armo di buoni propositi e smetto di bere, fumare, mangio sano, prendo le vitamine, la notte dormo sotto un piumone al caldo, la domenica vado a messa e visito i musei, prenoto le ferie al mare per fare vita da spiaggia o in montagna per camminare su una pietraia scoscesa come una fortezza e vado in palestra e a fare jogging il mattino presto, magari con il cane al guinzaglio, fermandomi a raccogliere i suoi bisogni con la palettina?<br />
Ridicolo!<br />
Pensieri mai pensati.<br />
Baluginò anche l’idea che quell’uomo ammantellato non mi fece un dono ma cercò di mettermi al tappeto.<br />
Non riuscivo a capire se la mia vita fosse stata attraversata da un angelo o toccata da un demonio.<br />
Ripensai al pettirosso che aveva preso quello che gli serviva e aveva lasciato il resto. Era giusto fare come gli animali? Per loro è facile, non hanno il senso morale e non si preoccupano del domani.<br />
Un po’ come avevo vissuto io negli ultimi anni.<br />
E mi chiesi seriamente: volevo davvero quel cambiamento?</h5>
<h5><em>Luca Zini</em></h5>
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		<title>Vivi senza rumore &#8211; Capitolo 14</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Sep 2015 07:30:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Zini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Home]]></category>
		<category><![CDATA[Vivi senza rumore]]></category>

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<h5><strong>Oggi, ore 5,00</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;"><em>Ha smesso di nevicare. Giosuè guarda fuori dalla finestra verso il Grande Albero e pensa all’uomo del sogno.</em><br />
<em>Chi è?</em><br />
<em>Sarà là sotto la pianta?</em><br />
<em>Sentirà freddo e fame?</em><br />
<em>Domande.</em><br />
<em>Nella casa silenzio. Nel cuore di Giosuè una decisione.</em><br />
<em>Alle cinque e venti, senza farsi sentire, il bambino esce dalla porta posteriore, indossa un piumino ben imbottito e caldi doposci, sottobraccio stringe una coperta e in mano ha un sacchetto con dentro due mele, una bottiglietta d’acqua e tre delle sue brioche preferite.</em></h5>
<h5><strong>Torino, 1995</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Fra i posti in cui sono stato, ce n’è qualcuno cui sono profondamente affezionato, come la spiaggia dove conobbi Chiodo. Altri luoghi sono spaiati, sono senza causa. Torino è uno di questi. Mi ci rifugiai almeno due volte l’anno.<br />
Torino è una città bella e inquietante, ha grandi viali e antichi palazzi, il Po la addolcisce, la nebbia e i misteri la nascondono, i monti vicini le coprono le spalle e il lavoro in fabbrica anima i suoi abitanti.<br />
Era novembre, quell’anno il freddo stentava a scendere dalle Alpi, la bruma saliva dalle scure acque del Po, avvolgendo case, strade e il ponte in riva al fiume dove stavamo noi viaggiatori di mondo.<br />
Ci ritrovammo in tre a mangiare qualcosa e bere un paio di bottiglie di vino, a mezzanotte ci infagottammo ognuno nel nostro cantuccio. La nebbia dipingeva ogni cosa di grigio, in giro un deserto di anime. Vedevo a stento il grande fiume, ma sentivo la sua presenza. L’acqua per me è sempre stata una calamita, che si riunisca in fiumi, rigagnoli o immensi oceani: è un mistero che tranquillizza, porta vita alle zolle e ai cuori aridi, canta quando balla, se limpida lava brutture e se è sporca, spegne ugualmente gli incendi.<br />
Mi addormentai, con questi pensieri, di un sonno pesante e incosciente. Sognai un uomo con una mantella scura e un cappello che sapevo su una testa pelata, gli occhi brillavano, incastonati nel volto anziano. Disse qualcosa e mi diede una carezza sulla testa come nonna Fina, sorrise e appoggiò un fiore rosso sul mio cuore.<br />
Mi svegliai di soprassalto, non so che ore fossero, noi itineranti non obbediamo alle ferree leggi dell’orologio, ma c’era ancora buio e foschia pesante. Mi tirai seduto, tra i fumi vidi una figura nera che si allontanava, fu visione di un attimo, poi scomparve. I compagni ronfavano una sinfonia di rumori. Il fiore non lo trovai. Avevo sognato. Ricercai il sonno perduto senza trovarlo. Era successo qualcosa, ma non capivo cosa.<br />
Ero già lontano dal ponte quando la luce del giorno arrivò.<br />
La meta era un oste che non riusciva mai a dire no se domandavo qualcosa da mangiare. Feci colazione fuori, sotto il portico dietro all’osteria, con minestrone bollente e una fetta di crostata. Erano squisiti.<br />
Se avevo qualche soldo, lo lasciavo sul tavolo, altrimenti ringraziavo e prendevo il largo. Lui se ne stava sempre in cucina fra pentoloni e cibo tagliuzzato. Non mi chiese mai nulla, era una rara pasta d’uomo.<br />
Quel giorno avevo cinquemila lire, racimolate a chiedere l’elemosina. Mi alzai indeciso, ma poi lasciai una cascata di monete sul tavolo, tenni solo cinquecento lire, per avere qualcosa che pesasse in tasca.<br />
Il giorno procedeva, facendo scivolare con grazia il sole sulla panchina del giardinetto. Il tempo era bello, un cielo terso mi riempiva gli occhi.<br />
Spezzai il pranzo con movimento secco, il pane evaporò profumo di frumento e acqua e fuoco. Masticai lentamente l’unico panino che avevo, lo stomaco si riempì quel tanto da non avere fame. L’ultimo boccone lo diedi all’erba, per ringraziare. In un mondo ingordo di tutto, la vita è garantita dal poco pensai.<br />
Sfilai Panorama trovato il giorno prima. Era giorno di lettura.<br />
Provai a leggere, ma le parole non s’incollavano in testa. Mi perdevo in pensieri. Allora capii che era giorno di contemplazione. Rimasi immobile con la rivista in grembo, a guardare.<br />
Il tozzo di pane a terra richiamò un pettirosso. Mi venne vicino con diffidenza, sbocconcellando con un paio di colpi una grossa briciola. Poi diede ancora due beccate e uno sguardo di circospezione, infine s’involò.<br />
Il resto del pane se lo divisero un piccione e una femmina di merlo grigia come cenere, a turno, senza bisticciare.<br />
Quando pensai che non ci fosse più nulla, arrivarono le formiche che stavano organizzandosi per l’inverno.<br />
Ognuno prese la sua parte, ossia ciò che gli occorreva. La natura prende quello di cui ha bisogno, l’uomo no, arraffa tutto, ingloba di più perché crede sia solo suo. Pensai che la cupidigia è prerogativa solo umana e mi domandai se l’uomo fa veramente parte della natura, o se è un pitocco parassita autoincoronatosi re.<br />
Sguazzai nei miei pensieri fra sigarette e profumo di sole. Oggi non leggo mi dissi. Oggi è giorno speciale.<br />
Mi alzai per gravitare altrove.<br />
Dalla fodera lacerata del mio pastrano saltò in terra una grossa busta, bianca e gonfia. Rimasi stupito, non l’avevo mai vista. La raccolsi, era importante, corposa. Ci buttai dentro uno sguardo. Gli occhi restarono lì incollati mentre il cuore era un tamburo nel petto.</h5>
<h5><em>Luca Zini</em></h5>
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		<title>Vivi senza rumore &#8211; Capitolo 13</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Sep 2015 07:21:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Zini]]></dc:creator>
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<h5><strong>Oggi, nel mondo onirico, ore 2,00</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;"><em>Giosuè è in un prato con l’erba alta e i fiori viola e gialli, respira profondamente il sole che dona la vita.</em><br />
<em>Poi decide di volare. Si dà un colpetto e spicca il volo, come fosse la cosa più normale del mondo.</em><br />
<em>È felice mentre sale sempre più, in mezzo alle nubi. Giù in basso i suoi genitori lo salutano con la mano, abbracciati e contenti. E lui va oltre.</em><br />
<em>Sorvola montagne, torrenti, foreste, oceani, laghi e città. Non ha una meta, è un viaggiatore.</em><br />
<em>Poi vede il Grande Albero e ne è attratto. Atterra sulle sue radici. Ai piedi del tronco c’è un uomo sorridente, con la barba, la faccia simpatica e un cappotto troppo pesante per il sole che brilla nel cielo. Un’immagine gli si forma nella mente: il margine di una strada coperta di neve ricamata come un merletto. E capisce che l’ha già visto e lo conosce già.</em><br />
<em>L’uomo gli porge la mano con il palmo verso l’alto, Giosuè la tocca e una musica si propaga nell’aria. Cerca di capire da dove viene. Scopre un’altra persona seduta sotto un ramo, è alto e magro, suona un attrezzo strano, emana onde di colore. Non lo vede in modo nitido, un velo opaco nasconde i particolari.</em><br />
<em>Quando si sveglia, Giosuè ricorda perfettamente il sogno, ha nelle orecchie una musica mai udita e sulla mano l’odore dell’uomo con il paltò.</em></h5>
<h5><strong>Toscana, 1993</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Chiodo faceva piano bar dalle ventidue e trenta alle due del mattino. Precise. Poi smetteva e si riposava mezz’ora.<br />
Suonava motivetti conosciuti, soprattutto musica leggera. Usava un pianoforte, su un palchetto in fondo alla sala. Raramente cantava con la sua voce profonda e intima come una tana. Leggeva sempre gli spartiti e soddisfaceva sempre le richieste dei clienti. Fra una canzone e l’altra si fermava un minuto, a volte di più. Beveva parecchio e mangiava qualcosa ogni tanto.<br />
Alle due e mezzo ricominciava a suonare. Con la chitarra. Ed era tutta un’altra cosa.<br />
Non leggeva partiture, si fermava pochissimo e teneva gli occhi chiusi per lunghi periodi. Non ingurgitava nulla, neanche una goccia d’acqua. Non cantava, ma a volte usava la cassa dello strumento come percussione. Sembrava ci fossero tre persone: due con la chitarra e una con un tamburello.<br />
Molti arrivavano proprio a quell’ora, per lui, per sentirlo suonare. Gente discreta e silenziosa, quasi raccolta in se stessa. Era una popolazione molto diversa da quella che frequentava il locale in prima serata.<br />
Nessuno applaudiva nell’ora e mezzo che suonava Chiodo. Solamente alla fine battevano le mani, ma sempre poco, con moderazione. Qualcuno andava a complimentarsi con lui intanto che metteva via la chitarra, gli stringeva la mano chiamandolo Maestro e poi fuggiva come se l’avesse disturbato.<br />
Alle quattro smetteva. Precise.<br />
E il locale chiudeva. Alle cinque arrivava una coppia di giovani boliviani per pulire il bar. Spesso Chiodo tornava e suonava ancora un po’. Sempre la chitarra.<br />
Quando gli chiesi perché tornasse a suonare dopo tutte quelle ore, mi rispose che era l’unico modo che conoscesse per ringraziare quelle persone che pulivano la sporcizia lasciata dagli altri, compresa la sua. Ognuno ha il suo modo di pulire, loro usano la ramazza, io la musica, mi disse.<br />
Mi sistemai in una casa cantoniera mezza diroccata sulla statale, a cinquecento metri dal bar. La proprietaria era tornata, acida e sbiondata come un limone, vigilava su tutto e tutti e restava nel suo locale fino a chiusura. Le volte che tornai ad ascoltare il mio amico, lei cercò di allontanarmi, anche se ero vestito decorosamente e consumavo qualcosa, sapeva dove vivevo, quale fosse il mio stile di vita e non le andavo a genio.<br />
Una sera mi portò da bere lei e non la solita cameriera. Buttò il bicchiere sul tavolo rovesciando la schiuma della birra e disse quando hai finito questa, te ne vai, vero cantoniere?<br />
Abbassai lo sguardo annuendo. Lei sorrise soddisfatta ma la musica si zittì. Chiodo interruppe un cha cha cha, abbandonò il pianoforte, scese dal palco e venne da noi.<br />
«Rita, lui è un fratello! Viene per sentirmi suonare e non certo per la bontà della tua birra, come molti qua dentro del resto… e questa sera è mio ospite, le sue consumazioni le pago io» bisbigliò Chiodo alla proprietaria per non farsi sentire dai clienti.<br />
Rita sostenne lo sguardo del musicista, poi come se si fosse ricordata che doveva fare dell’altro si girò, disse vabbé vabbé, ma torna a suonare, e si avviò al bancone.<br />
«Bevo questa, poi vado» gli dissi «non voglio crearti problemi.»<br />
«Se davvero non lo vuoi, aspetta e mangia il risotto di mezzanotte, e resta fino a quando vuoi» appoggiò una mano nervosa sulla mia spalla, ordinò il mio piatto alla cameriera e tornò sul palco.<br />
Riprese a pigiare i tasti, delicatamente. La sala fu inondata da una melodia lieve come uno sbuffo d’aria e malinconica come un addio.<br />
Quella mattina, quando il locale chiuse, Chiodo mi parlò della sua vita. Fu l’unica volta.<br />
A quattro anni iniziò a sedersi davanti al pianoforte, guidato da una zia concertista che viveva con la sua famiglia e imparò a leggere lo spartito prima di capire come scrivere una parola in italiano. Era il terzo figlio maschio di una famiglia che possedeva un’azienda vinicola, grande come mezza provincia, da diverse generazioni: producevano vini pregiati e li esportavano in mezzo mondo.<br />
A lui non interessava quale fosse il terreno più idoneo per produrre quell’uva che fu una benedizione e la fortuna finanziaria della sua stirpe. Chiodo viveva per la musica. Quando, ancora adolescente, si diplomò al Conservatorio, i suoi fratelli lavoravano già nell’azienda, imparando quello che suo padre apprese dal nonno che assorbì dal bisnonno e così via.<br />
Al compimento della maggiore età, il padre lo chiamò per dargli una fetta di patrimonio da usare come più riteneva opportuno. Era un’usanza di famiglia. I suoi fratelli avevano investito i loro beni nell’ampliamento della ditta. Il padre sapeva perfettamente che stavolta il suo denaro avrebbe preso un’altra direzione.<br />
Chiodo fece la bella vita per quattro anni, fra party, modelle, cocaina, macchine sportive, alcol, eccessi, noia, gite in barca a vela per il mondo e università che frequentava a singhiozzo. Poi restò senza soldi. Quelli che erano stati i suoi amici in quegli anni spensierati sparirono come visioni.<br />
Quando Chiodo chiese un aiuto economico, il padre gli offrì un lavoro come manovale, dicendogli, tagliente come un rasoio, che in azienda c’era bisogno di qualcuno che caricasse i camion e non di un menestrello.<br />
Agguantò qualche vestito, la chitarra, una manciata di soldi dalle mani sudate di sua madre piangente e andò a vivere da quella che allora era la sua fidanzata. Durò poco. Le donne? Non riesco a… farle vibrare come le corde della chitarra, diceva, sono troppo complicate, hanno dei tasti o troppo piccoli o enormi.<br />
Chiodo guadagnava qualcosa suonando nei locali con due amici, non era finanziariamente all’altezza della sua ragazza, che studiava alla Bocconi e viveva in un attico di proprietà, nel centro di Milano. All’inizio della relazione percorrevano due sentieri attigui e paralleli, ma poi la forbice si aprì e, col tempo, si scoprirono in posti diversi, diametralmente opposti.<br />
Lei si laureò e andò a lavorare a Londra, in una multinazionale. Chiodo si trovò a vivere in due stanze a Firenze con altri tre ragazzi, musicisti, ricchi d’idee e di decadenza, di note, testi di canzoni ed entusiasmo, ma carenti in tutto il resto.<br />
Passò qualche anno fra una sala d’incisione e l’altra in giro per il paese, tra promesse e speranze, poi, a ventotto anni, Chiodo abbandonò l’idea di sfondare e tagliò dalla sua vita le case discografiche e tutto quel mondo.<br />
Iniziò a esibirsi da solo in alcuni locali caratteristici, sopravvivendo alla vita. Studiava, suonava e scriveva musica tutti i giorni, non per il successo o la fama, ma per se stesso, per non morire, diceva.<br />
Tutto è suono e si può tradurre in musica. Io e… te siamo musica, il mare… e la vita è musica! concluse quella mattina mentre albeggiava.<br />
Poi arrivò quel giorno.<br />
Entrambi sapevamo che sarebbe giunto.<br />
Al mattino, con la vista appannata dai lucciconi, sotterrai e salutai Canino, che da qualche giorno non mangiava più e faceva fatica a stare in piedi. Nel pomeriggio mi presentai al garage-magazzino per salutare il mio amico Chiodo, erano passati più di due mesi dalla sera in cui probabilmente mi salvò la vita.<br />
Lo sorpresi mentre disegnava i suoi insetti su quelle cinque righe tese come fili. Capì subito.<br />
«Sono venuto a… è ora che io…» iniziai a farfugliare.<br />
Si alzò, mi abbracciò dicendomi okay, va tutto bene! L’acqua deve seguire il suo corso, come la musica e la vita di un uomo.<br />
Stavo per uscire quando mi propose «il prossimo solstizio estivo, ci vediamo alla stessa spiaggia!»<br />
Mi bloccai sull’uscio e glielo promisi mettendomi una mano sul cuore.<br />
Ci vedemmo il ventun giugno, per tre anni a fila.<br />
Il quarto anno non si presentò all’appuntamento.<br />
La stessa notte, dal boschetto che guardava il mare, sentii una melodia che solo Chiodo poteva aver ideato. Poi tornò il silenzio. Lo cercai nell’oscurità, ma non trovai nessuno. Fino a mattina mi rimase nelle orecchie quella musica e nel naso un profumo di rosa.<br />
Così seppi che anche il suo corpo si era dissolto, ma la sua musica no, l’armonia che aveva creato era viva e presente per chi sapeva udire.<br />
Quella notte mescolai vino e lacrime, e il vino era in quantità minore.</h5>
<h5><em>Luca Zini</em></h5>
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		<title>Vivi senza rumore &#8211; Capitolo 12</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2015 07:18:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Zini]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Vivi senza rumore]]></category>

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<h5><strong>Oggi, ore 1,30</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;"><em>Con lo sguardo Ronnie segue il possente braccio dell’immenso ippocastano. Ramo dopo ramo si assottiglia sempre più, fino al rametto in fondo, l’ultimo. O il primo se si modifica il punto di vista.</em><br />
<em>Una foglia scura e raggrinzita è ancora appiccicata.</em><br />
<em>La indica con un dito, ripensando all’analogia che più risuona con la sua visione della vita.</em><br />
<em>«Come foglie dello stesso ramo!» sussurra «sull’albero che tutti ci comprende, e che tutti noi formiamo.»</em><br />
<em>«Sei rimasta sola! Abbandonati bella, che l’inverno la fa da padrone e ti devi preparare a una nuova primavera» sorride annuendo col capo.</em><br />
<em>«Una nuova primavera…»</em><br />
<em>E la foglia si lascia cadere, offrendo all’aria tutta la superficie che può, per durare un poco di più. D’altronde non può fare altro, per natura è abituata a resistere.</em><br />
<em>Poi arriva.</em><br />
<em>È una macchia sul manto candido.</em><br />
<em>«Ora, da dove sei, vedi tutto diversamente. Com’è papà albero? E io, come sono?» chiede alla foglia.</em><br />
<em>«La prospettiva cambia il senso di ciò che pensiamo di vedere, ma è sempre la stessa cosa, la stessa cosa…»</em></h5>
<h5><strong>Toscana, 1993</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Il mio amico Chiodo si chiamava Dario, ma io l’ho sempre chiamato Chiodo, a volte Secco o anche Lungo. A lui piaceva perché era una cosa intima, fra noi due, ma io penso che fosse perché il suo nome di battesimo lo riallacciava al passato, alla famiglia, alle ferite infette che tendevano dolorosamente la pelle, e sentire il suo nome era come inciderle e bagnarle con l’acqua salata: il pus usciva ed era un bene ma anche sofferenza, bene e male insieme, uno dentro all’altro. Come se uno generasse l’altro e un piccolo seme dell’altro generasse il suo opposto. Un moto perpetuo, senza soluzione di continuità.<br />
Poi la ferita si richiudeva, senza mai guarire completamente, fino alla volta successiva.<br />
La notte che cercarono di abbrustolirmi l’ho passata abbracciato a Canino, nel garage-magazzino di un bar. Camminammo mezz’ora per arrivarci. Era l’alloggio momentaneo di Chiodo, che lavorava nel locale in cambio di vitto e alloggio.<br />
Dal bar arrivavano divertimento e allegria, musica, un brusio di voci, qualche risata e il tintinnio dei bicchieri.<br />
I miei averi erano stati inceneriti, recuperai solo qualcosa dal borsone. Comunque salvai la pelle e l’amico a quattro zampe, che non è poco.<br />
Fino a che non si accese il sole dormii un sonno pesante come un coma. Era strano, perché, tranne quando ero molto sbronzo, dormivo sempre con un occhio mezzo aperto.<br />
Alle sei e mezzo del mattino mi svegliai. Chiodo non c’era e andai fuori. La spiaggia, lì vicina, era deserta e il mare aveva un movimento lieve, da sembrare dubbio.<br />
Andai al bar, ma lo trovai chiuso. Rasentai il muro verso il mare. Poi mi fermai in ascolto. Sentivo un suono indecifrabile. Iniziai a girare intorno allo stabile. Prima di voltare l’angolo mi bloccai, cercando di capire quale strumento producesse quella musica. Poteva essere un’arpa, una chitarra, un pianoforte o non so cos’altro.<br />
La melodia alternava dolcezza a momenti di forza, burrasca a bonaccia, con delle punte da uragano e un finale così tranquillo da rendere ogni cosa immobile.<br />
Non avevo mai sentito nulla di simile.<br />
Rimasi dieci minuti in piedi, appoggiato e nascosto dal muro, con Canino silenzioso come non mai. Nell’aria si era formata un’energia indecifrabile, solenne e semplice.<br />
Mentre ascoltavo quella melodia, vidi praterie ondulate mosse da un vento gentile, vette inaccessibili zuppe di neve e ghiaccio, geyser e potenti eruzioni vulcaniche, calma, armonia, lotta e confusione, alternata a serenità e malinconia. Forse davanti agli occhi mi passeggiò la Vita, tradotta in una lingua che non avevo mai considerato: la musica.<br />
Girai l’angolo. Chiodo stava seduto su una sedia e abbracciava una chitarra. Era immobile con gli occhi chiusi e dei fogli sparsi per terra tutt’intorno, a formare un fossato fra lui e il resto del mondo.<br />
Guardai meglio quelle pagine vestite da pentagrammi carichi di pallini neri e segni fatti a mano, sembravano tanti insetti con le zampette che si muovevano sulla carta.<br />
Chiodo aprì gli occhi, mi guardò e non disse nulla. Sistemò una corda della chitarra e riprese a suonare come se non mi avesse visto, come se fossi d’aria, leggendo qualcosa sui fogli sparsi intorno.<br />
Suonò mezz’ora senza fermarsi. Mi sedetti per terra ad ascoltare. Era un mago. Sapeva provocare equilibrio, lacrime, allegria, incertezza, simmetria, tristezza, paura e ordine pizzicando delle corde appiccicate a un utero di legno.<br />
Note come figli, pensai.<br />
Quando finì, sorrise soddisfatto.<br />
«Come fai?» gli domandai.<br />
«Non lo so» rispose «non sono io, è la musica. È nell’aria, io l’ascolto, la trascrivo e la suono… ma io non c’entro. Di mio non ci metto niente. Anzi, me ne sto proprio fuori!»<br />
Si alzò, sistemò lo strumento in una custodia rigida con la delicatezza che si riserva a un neonato, la chiuse e s’incamminò verso il magazzino, con quel corpo alto e smilzo che pareva muoversi senza controllo, disarmonico ma non brutto. I movimenti gli donavano una bellezza scorbutica.<br />
Si bloccò di colpo, appoggiandosi con una spalla alla parete, in maniera strana, come si appoggia una bicicletta al muro, e mi aprì alla sua visione del mondo.<br />
«Sono delle note cadute dall’ultimo rigo, sono disordinate e non si riesce a suonarle, ma sotto c’è un altro pentagramma, e a forza di scendere entreranno a far parte di un’altra melodia, forse più bella. Forse, lì in basso stanno proprio aspettando che quelle note maturino e caschino.»<br />
Feci uno sforzo per interpretare il ragionamento, ma rimase ermetico.<br />
«Le note… che cadono?»<br />
«Quei tre di ieri sera. Stanno precipitando, ma sotto c’è una rete a forma di pentagramma che li ingloberà e li renderà armoniosi, e alla fine risuoneranno con tutto ciò che è musicalmente corretto. La vita li sta accordando!»<br />
«Forse sto rotolando giù anch’io» bisbigliai quasi fra me.<br />
«No, tu vibri in armonia. Fidati, ho orecchio per queste cose» ribatté sventolando i fogli pieni di formiche zampettanti.<br />
Io non vedo gli uomini come note, per me sono foglie di un immenso e magnifico albero. Quelli con cui sto bene, sono più vicini a me perché sono sul mio stesso ramo, indipendentemente dai rapporti di sangue, dai ruoli e dalle apparenze. Li riconosco perché vibra qualcosa dentro, all’altezza del cuore, che crea una risonanza perfetta.<br />
Non ho mai avuto nessun dubbio sul fatto che Chiodo fosse saldamente accomodato vicino a me, sulla stessa fronda, in quell’equilibrio precario che accomuna tutte le foglie all’inizio dell’autunno.<br />
L’acqua fresca della doccia rigenerò il mio corpo e il sapone lavò via uno sporco antico. Con la forbice regolai barba e capelli, poi Chiodo mi diede degli abiti puliti, dicendomi che la padrona era via per altri due giorni e potevo stare lì, ma poi avrei dovuto trovare un altro posto.<br />
«Suono nel locale quattro volte la settimana. Inizio alle dieci e mezzo, questa sera sei mio ospite, vieni e prendi tutto quello che vuoi» mi ordinò prima di uscire nel mezzo di una calda giornata di giugno.</h5>
<h5><em>Luca Zini</em></h5>
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